The Hoosiers

La band dei The Hoosiers si compone di tre elementi, ma non sono sempre stati in tre. Erano un duo, prima di trovare il terzo componente e, ancor prima, erano due unità distinte. "Il risultato di un semplice calcolo matematico," dichiara Irwin Sparkes, leader della combriccola, "Non di un intervento di chirurgia d’avanguardia". In effetti i ragazzi non si occupavano di chirurgia, ma di musica, e ciò che hanno creato è uno straordinario sfavillante esempio di quello che la band ama definire Odd-Pop. La definizione non cela alcun tranello, perché il genere è davvero straordinariamente originale (grazie alla combinazione di diversi generi musicali) ed è davvero pop. "Per noi non sarebbe appagante proporre un ennesimo brano sulle bisbocce del sabato sera," precisa Martin Skarendahl, il singolare bassista. "E in questa fase, non ci sentivamo di propinare al mondo un altro brano con testi d’amore," interviene Irwin, che come al solito ha sempre qualcosa in più degli altri da dire. "Non c’è un solo genere musicale nella mia collezione di dischi" racconta Alfonso Sharland (che diamine sarà successo a tutti i Dave Smiths!?) che tragicamente, o magnificamente (se fate parte di quella minoranza), assomiglia al figlio illegittimo mutante di Dave Grohl e Mick Hucknall. Non sono cresciuto con la sola fantasia di diventare come The Cure, Jeff Buckley, The Flaming Lips o XTC". Tutti artisti che gli Hoosiers citano tra i loro principali ispiratori. "Il nostro desiderio non è sempre stato di suonare solo 'brit-pop' o come lo volete chiamare. Questo ha sempre rappresentato per noi un colossale dilemma, soprattutto per quanto riguarda la definizione del sound del gruppo. Quando abbiamo incontrato Martin tutti eravamo concordi sul voler abbracciare uno spazio molto ampio con i nostri brani, anziché tenerlo a 4/4, piede a tavoletta, perché in realtà non sempre ci sentiamo così". "Se abbiamo diverse sfaccettature è giusto mostrarle," dichiara Martin; "sarebbe come rinunciare a giocare tutte le nostre carte, a respirare usando entrambe le narici." "Mostrare tutti e quattro i lati del nostro triangolo?" suggerisce Alfonso. Certo. Quattro lati di un triangolo che è nato come la maggior parte dei grandi fenomeni musicali da buoni amici che hanno formato una band.Alfonso e Irwin crescono insieme nella periferia di Reading e alla tenera età di sedici anni trovano il supporto di un tutor. "Come puoi scrivere della vita se non l’hai vissuta? Vai e vivila, poi potrai raccontarla". Parole sagge del professore di chimica di Irwin, il cui alter ego si dà il caso fosse il batterista del gruppo pop anni ’70 dei Sailor (per maggiori ragguagli su hit come Girls, Girls, Girls e Champagne, rivolgetevi ai genitori). Così i ragazzi seguono il suo consiglio alla lettera e si lanciano a capofitto in lungo viaggio alla scoperta dell’America. Durante il cammino li ritroviamo alquanto sperduti. Trascorrono un periodo di tempo presso l’Università di Indianapolis dopo aver ricevuto una Football Scholarship (borsa di studio per giocatori di football). Paradossale, visto che sia Irwin che Al sostengono di essere allergici alla corsa. "Dopo aver assaporato la vita nel Mid-West americano per circa un anno, ne avevamo già abbastanza. Una lampadina si è accesa e credo sapessimo entrambi che era arrivato il momento di tornare a casa e tirare fuori tutte le nostre canzoni. Oltre a ciò ... ci avevano invitato a lasciare l’università. Per ricominciare a Londra avevamo bisogno di mettere insieme una squadra musicale d’assalto di prim’ordine", precisa Alfonso. Quella squadra di prim’ordine si rivelò essere Martin Skarendahl da Stoccolma."Eravamo in un vicolo cieco," spiega Al, "in uno studio prenotato a Brick Lane con un bassista che aveva cessato di esistere e chi avrebbe potuto essere il nostro aiuto ingegnere del suono se non il nostro energico e pimpante Skarendahl. Avrei potuto giurare che riluceva di un’aura quasi eterea il giorno in cui abbiamo incontrato il suo brutto muso." Avendo un bisogno disperato di un bassista, Al e Irwin lasciano fanno entrare nella loro vita il maestro svedese, ex vigile del fuoco dell’esercito, con due anni di pellegrinaggio europeo che Martin trascorre lavorando tra Oslo e Parigi. 'Ma da dove viene un nome del genere per la band?' mi chiedo. "Un Hoosier è un nativo dell’Indiana, la principale regione produttrice di grano del mid west americano, il luogo in cui ci trovavamo quando abbiamo ritrovato noi stessi" spiega Al, crogiolandosi nel suo ruolo di docente erudito. "Molti Hoosiers sostengono che l’ appellativo deriva da Samuel Hoosier: nel 1825 erano stati soprannominati 'Hoosiers Men' per le loro doti di coraggio e laboriosità. Tuttavia, scavando un po’ più a fondo, si scopre che il nome è la distorsione della traduzione francese di ‘sfaccendato e sobillatore' e designa un gruppo di uomini dalla dubbia moralità. L’ambiguità delle sue origini ci affascinava, anche se probabilmente a noi meglio si addice la seconda definizione," spiega Alfonso. Quando ascolto gli Hoosiers sento canzoni nelle quali io stesso ho vissuto, brani che descrivono il rituale imposto ad ogni individuo che deve affrontare un mondo cresciuto e le sue pretese. "Se dovessi sintetizzare i miei primi 20 anni in una parola, direi che sono stati "irrequieti". Ti cimenti in esperienze diverse e ti rendi conto che non sono la risposta a ciò che cerchi. Sei sempre alla ricerca di qualcosa. Sono così anche molte delle nostri canzoni. E’ proprio questo che mi piace di Tom Waits, Thom Yorke, Tom Jones, tutti i grandi T(h)om: c’è struggimento, c’è qualcosa di cui si avverte l’assenza e lo percepisci dai testi, come dall’arrangiamento e dalla performance. Prosegue Irwin, con lo stesso fervore: "Il tema riconduce certamente a qualcuno che si sente incompleto ed è alla ricerca di qualcosa. Worried About Ray, Sadness Runs Through Him e Run Rabbit Run sono generate dalle riflessioni di un personaggio impotente che ha degli affetti, ma non ha il potere di salvarli e non può fare altro che metterli in guardia e vivere nell’inquietudine osservando lo svolgersi degli eventi". "Worried About Ray" spiega Irwin, "esplora l’idea che tutti, prima o poi, dobbiamo far entrare qualcosa che amiamo in un “mondo dominato dal pericolo' e a tal proposito è molto eloquente il verso 'the future's out to get to you (il futuro è lì fuori pronto per raggiungervi)'. Da questa idea ha preso vita il fedele compagno della band e, oserei dire, quello che sembra essere un amico immaginario, Ray. Un personaggio dotato di vita propria, che abita in un terra fiabesca che condivide con i tre Hoosiers. "Siamo sempre stati molto interessati ad altri aspetti che riguardano la musica e le arti visive. I nostri primi concerti erano un miscuglio di sessioni rumorose che ci vedevano sperimentare immagini digitali, proiezioni e interludi musicali programmati," racconta Martin. Può darsi che proprio da lì derivi la loro propensione per la cura degli abiti. Allo standard settimanale i ragazzi hanno ora aggiunto un rigido codice di abbigliamento per i mercoledì; "vieni solamente come te stesso" - supereroi, gnomi o uhm.... scheletri. Se non mi credete alla lettera non dovete fare altro che chiederlo al Managing Director della loro etichetta discografica, accolto dai suoi artisti freschi di contratto con indosso nientemeno che sfolgoranti completi da scheletro. Umorismo a parte, ci troviamo di fronte ad una band esplosiva, traboccante di energia e di idee. Il loro esclusivo marchio di odd-pop è tanto fresco e originale quanto la loro eccentricità. Benvenuti nel meraviglioso mondo dei The Hoosiers! Il seguito alla prossima puntata...
Jacopo Aloisi
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