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SLOW FEET – Elephant Memory

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La musica italiana negli anni 70 ha conosciuto un fenomeno musicale partito dal beat e sviluppatosi in progressive rock. Lo scopo dei compositori di rock progressivo era far progredire il rock dalle sue radici blues attraverso l’utilizzo di elementi proveniente da altri generi musicali, come la sinfonica e la sperimentale. Gruppi come Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, New Trolls e PFM hanno fatto la storia del rock nazionale, deliziandoci con le loro musiche e canzoni.

Tre protagonisti di quel fenomeno musicale si sono ritrovati ad una festa di compleanno, e parlando liberamente di musica, hanno deciso di formare una superband e suonare un pò di blues. I loro nomi sono Franz Di Cioccio (PFM), Vittorio De Scalza (New Trolls) e Lucio Fabbri (PFM). Al loro fianco troviamo Paolo Bonfanti, apprezzato bluesman genovese, e Reinhold Kohl, fotografo di professione. Il risultato si chiama Slow Feet (omaggio a “Slow HandEric Clapton), ed Elephant Memory è la loro prima creatura. Un album per celebrare l’anniversario dei 50 anni di Rock’n’Roll. Nove successi rivisitati in chiave blues. Ma attenzione. Non si tratta di una raccolta di brani famosi, ma un viaggio musicale nato dalla curiosità di suonare da adulti, canzoni che i protagonisti hanno portato nel cuore tutti questi anni. Gli Slow Feet hanno “ripensato al beat, immergendosi nel rock e prendendo la strada del blues”. Pezzi storici ma presentati sotto false vesti, attraverso arrangiamenti diversi dagli originali, tipicamente blues con un pizzico di progressive, dando l’impressione di sentirli per la prima volta. Si parte con un classico del rock, ovvero “My Generation” degli Who, dove la batteria di Franz Di Cioccio, che si esibisce anche alla voce, detta il tempo, la chitarra di Paolo Bonfanti detta la melodia arricchita dai colpi di tastiera di De Scalzi. Il secondo brano è “All Along The Watchtower” di Bob Dylan. Al suo interno troviamo anche un omaggio a un altro pezzo del menestrello. Infatti dal violino elettrico di Fabbri fuoriesce un richiamo a “Hurricane”. “The Last Time”dei Rolling Stone viene sviscerata e proposta in una versione lenta e melodica, come anche “White Room” dei Cream. Cosa dire poi dell’assolo maestoso di Bonfanti in “Manic Depression” di Jimi Hendrix, conferma della sua maestria della chitarra. Naturalmente anche i Beatles vengono omaggiati con “Dr. Robert”, brano famosissimo presente nell’album Revolver. Il continuo cambio a voce principale di Bonfanti, Di Cioccio e De Scalzi è una delle caratteristiche che rende prezioso questo album. Le grande tecnica strumentale della band viene fuori in pezzi come “We’ve Got To Get Out Of This Place” degli Animals e “All Day And all Of The Night” dei The Kinks, dove i musicisti si scatenano quasi stessero improvvisando tutto, proprio come in una jam session. “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum è una vera chicca. I Slow Feet regalano uno delle migliori rivisitazioni che sia mai stata fatta di questo brano. Presa e fatta propria dalla band, la canzone viene riproposta in chiave soul, dove la voce di De Scalzi sembra uscire dall’anima per colpire l’ascoltatore dritto al cuore, grazie soprattutto all’aiuto dell’Harmonica di Fabio Treves (presente anche in “The Last Time”). Il risultato sono quattro minuti e ventiquattro secondi di forte emozione.

Gli Slow Feet sono ottimi musicisti ma soprattutto grandi amici. È questo che rende Elephant Memory un album di valore assoluto e pezzo immancabile nella propria collezione privata. Proprio questo legame speciale che unisce tutti i componenti della band crea una speciale atmosfera amichevole, dove suonare è un divertimento da condividere. Elephant Memory è un disco prezioso, capace di mettere a proprio agio diverse generazioni di ascoltatori.

Voto: 90/100

Jacopo Aloisi

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j.aloisi@virgilio.it


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