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PEARL JAM - Vitalogy

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Siamo all’inizio del 1994 e il trauma della morte di Kurt Cobain, leader dei Nirvana, ha sconquassato l’intero panorama musicale, in molti preannunciano la fine di tutte le band che hanno fatto fortuna dopo l’esplosione di Nevermind, album che fece letteralmente crollare le barriere tra la musica intesa come underground e il grande mercato musicale fino a quel momento destinato solo a pochi grandi gruppi. Anche tanti personaggi legati in un qualche modo alla figura di Cobain risentirono in maniera pesante delle sue gesta, ed uno di questi fu senza alcun dubbio Eddie Vedder, singer e leader carismatico dei Pearl Jam. Tutti i dubbi e le incertezze venute a galla nella mente di Vedder si materializzano nel terzo lavoro in studio dei Pearl Jam, “Vitalogy”, un album introverso, che incorpora momenti di rabbia ed inquietudine, fino a degli episodi struggenti per dolcezza e incertezze. Tutta la loro voglia di mettersi a nudo esplode in Last Exit dove per “ultima uscita” si può intendere un’ultima possibilità di prendere la giusta strada, di non sbagliare più. Dopo un intro composto dal suono di strumenti in fase di accordatura, parte un mid tempo dal cantato criptico che sfocia in un ritornello che sembra una richiesta espressa: “Let the ocean swell dissolve 'way my past Three days and maybe longer won't even know I've left”. Nella punkeggiante Spin The Black Circle si mette in rilievo l’importanza del disco in vinile, e, se pensiamo che questo brano diverrà il primo singolo dell’album, capiamo bene come i Pearl Jam vogliano dissociarsi completamente dalle regole dettate dal music business che tante volte ha visto distruggere band e personaggi della musica. Tanto è, che in questo periodo, (che durerà per altri anni), la band non rilascerà alcuna intervista, nessun video, perché vuole interagire con i fans solo attraverso le loro liriche e composizioni. Not For You è dedicata alla memoria di Kurt, in un crescendo che esplode nelle urla finali, sicuramente uno dei brani più trascinanti, in cui i riferimenti a Cobain vengono proposti in un testo magnifico “Small my table, a sits just two...got so crowded, i can't make room... oh, where did they come from? Stormed my room!” Il lavoro che svolge l’intero gruppo è camaleontico, come in Tremor Christ, canzone scritta dal bassista Jeff Ament, brano dalla ritmica lenta e sofferta in cui le atmosfere malinconiche hanno il sopravvento sull’ascoltatore. La prima ballata del disco è Nothingman dove Vedder rivive le difficoltà trovate in passato, legate forse, alla figura del padre, che lo ha abbandonato fin da bambino (She don't wan't him... , She won't feed him...after he's flown away... Oh, into the sun...ah, into the sun...) ma vengono date molte interpretazioni allo splendido testo. La canzone è dolce, pacata, interpretata alla perfezione dalla voce calda di Eddie, uno dei pezzi memorabili della storia dei Pearl Jam, le emozioni si susseguono senza sosta, regalandoci sensazioni fortissime. Whipping è una canzone rock, che ti sa trascinare con il suo ritmo cattivo, e apre le porte a Pry To, della durata di un minuto, in cui si ripropone il tema della riservatezza , chiedendosi sarcasticamente che fine abbia fatto la sua privacy. Corduroy è maestosa. Un riff di chitarra porta il brano fino all’ultimo chorus e si chiude con uno splendido assolo di McCready. Ancora una volta ci si interroga sul vero valore della vita e dell’essere sempre al centro dell’attenzione, ammettendo a se stesso che se questo è il successo, di voler tornare ai tempi passati: “I ain't s'posed to be just fun Oh, to live and die, let it be done I figure I'll be damned, all alone like I began” Anche Bugs è un’altra piccola perla che questo album ci lascia assaporare, dove una fisarmonica stonata accompagna il parlato di Vedder che trova insetti in ogni dove. Dei colpi di frusta aprono le danze ad un un pezzo da pogo come Satans Bed anch’essa dal ritmo senza sosta, con sonorità anni 70, un brano senza dubbio da proporre in sede live. Al pari di Nothingman si pone Betterman, un’ altra stupenda ballata introversa e dai suoni caldi, brano che Vedder scrisse quando ancora militava nei Bad radio, sua prima band. Anche in questo brano il testo è malinconico, sofferto, molto profondo. Anche questa canzone ancora oggi quando viene riproposta dal vivo, regala emozioni uniche, grazie anche ad un finale pieno di pathos. Aye Davanita si pone come intermezzo, stralunata e senza un visibile verso, accompagnandoci fino ad Immortality, terza ballata del disco, autentico gioiello, dove il suono acustico si mescola all’acidità dell’atmosfera che accompagna tutto il brano. L’ultima traccia, inizialmente denominata Stupidmop, è un insieme di suoni, rumori, frasi registrate che ci lasciano fermi a pensare a quello che è realmente il significato di tutto questo. All’interno dei 14 minuti di Hey, foxymophondlemama, That’s me si può anche ascoltare tra le righe la voce di Kurt che risponde ad un giornalista sull’ argomento del suicidio, ancora una volta dimostrazione di come questo terzo disco risenta della tragedia appena compiuta. Vitalogy più che essere disco musicale, è una vera e propria pietra miliare della musica rock, un disco predestinato, un disco che a distanza di 14 anni dalla sua uscita dimostra ad ogni ascolto di avere qualche sfaccettatura ancora da scoprire, ed ogni volta quello che viene a galla ti fa innamorare sempre più di questo capolavoro assoluto.

Antonio Leoncini

Jacopo Aloisi

scrivi al sito
j.aloisi@virgilio.it


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