The Ship Magazine - di Jacopo Aloisi
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Intervista MAX MANFREDI

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Ho avuto il piacere di intervistare Max Manfredi, cantautore di razza che fa parte di quella fucina di talenti che è sempre stata la scuola genovese . Il songwriter genovese è fuori dalle mode del momento ed entra con pieno merito nel novero della musica d’ autore e lo fa nel migliore dei modi: liriche ispirate e musiche di qualità . Il 26 Settembre uscirà il suo nuovo cd Luna Persa e colgo l'occasione per intervistarlo.

Ciao Max, cosa si prova ad essere stato definito da Fabrizio De Andrè il più bravo cantautore italiano?

Guarda, è andata così: la giornalista Monica Di Carlo ha incontrato Fabrizio da spettatore durante un reading e gli ha chiesto in via confidenziale se c’era qualche cantautore a Genova che ritenesse degno di segnalazione. E lui rispose con la fatidica – o famigerata – frase. Non era una dichiarazione ufficiale. Ma certo, fa piacere. E conforta, anche perché questa stima poi De André me l’ha dimostrata nei fatti, cantando con me “La fiera della Maddalena”.

Nella tua carriera il tuo percorso artistico ha ottenuto grande successo di critica (Premio città di Recanati e addirittura targa Tenco come migliore opera prima nel 1990 ed altri riconoscimenti), ma con l'ultimo cd in uscita sei arrivato a 5 soli album. Come mai?

Un po’ perché non sempre si trova chi finanzia un album, molto perché le canzoni devono sedimentare tanto, riposare, trasformarsi. Molte mie sono canzoni in barrique.

In Italia è facile portare avanti un percorso di qualità come il tuo?

Meno che all’estero, a sentir molti, e anche tenendo conto delle mie ormai non sporadiche esperienze nel resto d’Europa. Però per un ascoltatore, in Italia, trovare qualcosa che lo emoziona è una grande conquista, e dà soddisfazione, come per un cantante trovare chi l’ascolta col giusto abbandono. Quindi si cerca di superare le difficoltà. L’importante è non contarsi delle balle.

In Italia si può vivere solo di musica?

Certo che sì. Ma che musica intendi? I compositori classici, molto spesso, insegnano nei conservatori, ed anche quelli jazz. Molti fanno i turnisti per i cantanti, molti danno lezioni private. Altri musicisti fanno piano bar, e si mantengono. Io lavoro spesso nella musica antica o nel teatro. Il mio amico cantautore veronese Marco Ongaro scrive su commissione e inventa libretti d’opera (in questo caso parlerei di vivere di letteratura, più che di musica). Se invece stai pensando proprio alla canzone d’autore, al fatto di guadagnare abbastanza da vivere esclusivamente con quella, boh, sì, molti ce la fanno a tirarci fuori uno stipendio decente anche senza essere pluriesposti ai media. Altri invece hanno difficoltà. Certi fanno anche un altro lavoro, un lavoro “onesto”, se mi passi il termine, cioè extramusicale e non legato all’arte, che permette loro di continuare a seguire quello che, a torto o a ragione, ritengono essere la loro vera vocazione.

Mi parli della tua collaborazione con De Andrè nel tuo brano La fiera della Maddalena?

C’è già abbastanza materiale in rete, a tale proposito… e in parte t’ho risposto con la prima domanda. Posso dire che è stato un bell’incontro, e mi è spiaciuto che non abbia potuto continuare, e tramutarsi in una vera amicizia e magari una collaborazione meno occasionale.

Prediligi maggiormente la sala di registrazione o i concerti dal vivo , quale delle due fasi di un musicista ti dà maggiore soddisfazione?

I concerti dal vivo. La sala di registrazione, così com’è concepita oggi, ha però il fascino di un antro stregato o del laboratorio di un alchimista. E’ fantastico prendere per mano un suono e trasportarlo altrove.

Ti consideri un cantautore schierato politicamente?

Credo che dalle mie canzoni si respirino anche indicazioni e sfoghi che, volendo, si possono considerare sotto un aspetto politico. Le canzoni ambiscono a parlare della vita e dalla vita, e la politica ha l’ambizione di dettare certe regole per la vita, o addirittura di sostanziare il respiro della vita . Non sono però la mascotte di nessun partito e di nessuna ideologia, e non lo dico per farne un vanto. Semplicemente il mio linguaggio è poetico, e come tale ha bisogno di porsi dei limiti, degli ostacoli da solo, per superarli; e non seguire quelli imposti da altri linguaggi, sulla base di chissà quale autorità esterna.

Tra gli artisti italiani chi segui con maggiore attenzione e con chi vorresti collaborare?

Seguo un po’ tutto, ma come i gatti, mentre fingono di dormire. Non so con chi vorrei collaborare, dipende dal tipo di lavoro. Può capitare con tutti quelli che stimo, e qualche volta è già capitato. Ce ne sono tanti, non tantissimi. Non ho miti, in questo senso, e se ce li ho mi fa più piacere sentire cosa tirano fuori loro, e sorprendermene, piuttosto che immaginarmi un lavoro comune. Però la mia disponibilità è massima. Semplicemente il pensiero non mi manda in fregola.

Quali sono le tue radici musicali?

Sono tante, diverse fra loro, variegate, cangianti. In effetti parlare di “radici” è eccessivo. Sono piuttosto giochi di luce, rimandi, scie. Ho amato il fado, il rebetiko greco, il tango, la canzone napoletana, la musica klezmer, la canzone del medioevo – che pratico – ma anche certi scorci del blues, del jazz e del rock e del cosiddetto prog . E quei cantautori-artisti che mi hanno dato emozioni . Però questo è il fondale, poi tocca nuotare da soli.

Cinque dischi che ti porti nel cuore di ascoltatore?

Probabilmente molti di più. Ma far classifiche è un casino. Ne resterebbero fuori troppi.

Che ne pensi dei tuoi concittadini La Rosa Tatuata e Andrea Sigona?

Tutto il bene possibile. Ma se vogliamo parlare degli artisti genovesi occorre aprire un altro capitolo, ed un’intera intervista dedicata a loro, che se la meritano. E non sto parlando solo dei nomi storici.

Space dell'artista www.myspace.com/manfredimax

Maurizio Bianchimano

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