The Ship Magazine - di Jacopo Aloisi
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FEAR FACTORY - Mechanize


Label: AFM RECORDS

Anno: 2010

Prima di iniziare con la recensione di Mechanize devo subito mettere in chiaro che sono sempre stato un fan accanito dei Fear Factory. Credo vivamente che l’album ‘Demanufacture’ del lontano 1995 sia stato e sia ancora oggi un disco dall’assoluto valore musicale, che ha aperto infinite strade per un numero indefinito di bands che, nel bene o nel male, hanno preso come esempio questo lavoro mostruoso.

Oltre a questa mia prefazione, sono anche certo che i livelli di ‘Demanufacture’ non si siano mai ripetuti, anche se in lavori come ‘Obsolete’, ‘Digimortal’ e ‘Archetype’ sono presenti delle canzoni davvero notevoli. Solo l’ultima fatica ‘Transgression’ si pone sotto la sufficienza, quando idee e forse stimoli sono venuti meno.

Ora che Burton C.Bell e Dino Cazares hanno riunito sotto le proprie forze il nome Fear Factory, facendo fuori membri storici e di certo non meno importanti per la storia della band come Christian Olde Wolbers e soprattutto la ‘drum machine umana’ Raymond Herrera, ho subito avuto l’impressione che si sarebbe trattato di un nuovo mezzo passo falso, visto la notevole influenza che questi due membri appena citati hanno avuto nell’economia della band.

Niente di tutto questo.

A prendere il posto dei partenti sono subentrati il bassista Byron Stroud (presenta anche in ‘Transgression’) e nientepopodimeno che l’immenso (di nome e di fatto…) Gene Hoglan. Non si poteva trovare soluzione migliore. Ecco allora che alle soglie del 2010 arriva Mechanize, e per tagliare subito la testa al toro, si può tranquillamente affermare che questo album è di certo il più positivo dal 1995 ad oggi.

La band sembra essere tornata all’antico, suoni apocalittici ed asettici, sfuriate thrash alternate a stacchi mozzafiato, riffing chitarristici finalmente tornati a dettare legge, a tagliare come un coltello i nostri timpani, inserti industriali di un’altra era e soprattutto torna l’atmosfera tetra e fredda del passato, quella che li aveva contraddistinti.

La prestazione di Hoglan stupisce per il modo in cui si è inserito in un sound comunque caratterizzato fortemente dal suo predecessore. In alcuni casi il suo doppio pedale regala emozioni senza sosta, una vera e propria palla infuocata lanciata a piede libero, che incanta ancora una volta per tecnica, ferocia e precisione; come la voce di Burton C.Bell tornata a ringhiare in maniera animalesca, ma alternando allo screaming anche delle clean vocals che si adattano alla perfezione alle strutture messe in piedi, questa volta anche nei modi e nelle tempistiche.

Tra i dieci brani presenti sono pochissimi i momenti meno riusciti e vengono comunque sopraffatti dalla qualità eccelsa delle altre composizioni. ‘Mechanize’, ‘Industrial Discipline’, ‘Powershifter’, ‘Oxidicer’, ‘Controlled Demolition’ e la finale ‘Final Exit’ sono brani destinati a fare la storia dei Fear Factory, quella nuova che sta per iniziare, e sono certo che in molti dovranno rivedere le loro opinioni su di loro.

Il livello qualitativo di ‘Demanufacture’ è lontano ed impossibile da raggiungere, ma ‘Mechanize’ è un degno lavoro che ci ripresenta i Fear Factory con l’album migliore da 15 anni a questa parte.

85/100

Antonio Leoncini





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