ALTER BRIDGE - Blackbird

Dopo la tanta attesa, a distanza di due anni dall’ottimo “One day Remains”, ecco volare tra le nostre mani l’ uccello nero….proprio questo è il titolo del nuovo lp degli Alter Bridge, “Blackbird”, come volesse rimarcare tutte le difficoltà che i ragazzi ex-Creed e il frontman Myles Kennedy hanno trovato prima di poter registrare (a loro spese) le loro nuove canzoni; prima fra tutte la ricerca di una nuova casa discografica. Le vicissitudini hanno sicuramente influenzato sia il sound che le liriche di questo lavoro, più aggressivo del precedente, a partire dall’accordatura utilizzata da Tremonti che strizza l’occhio a suoni più moderni rispetto allo standard utilizzato nell’album d’esordio. L’apripista “Ties That Bind” infatti, ci toglie subito tutti i dubbi su quali siano gli intenti: un brano potente e veloce, riffs granitici e taglienti, sezione ritmica precisa ed incalzante e un gran lavoro di Kennedy alla voce. Sembra di ascoltare un brano metal ma con arrangiamenti e strutture di un gruppo rock. Stesso discorso per “Come To Life”, dove le indiscusse qualità (sottovalutate) di Tremonti vengono a galla, e così sarà per tutta la durata dell’album, dove ci inebria con degli assoli pazzeschi. L’album passa da brani tirati (One By One, White Knuckles) a brani più classicamente rock (Brand New Start, Before Tomorrow Comes, Rise Today) fino alle classiche ballate come Watch Over You, davvero struggente sia nell’interpretazione che nel testo che la accompagna. Una delle prime impressioni è sicuramente quella di ascoltare gli Alter Bridge, e non più i “Creed con un altro cantante”, come molti, per lo più senza averli mai ascoltati, hanno tentato vanamente di accantonare il gruppo americano: infatti pur mantenendo le coordinate rock tanto care ai Creed, gli Alter Bridge cominciano ad avere dei segni di riconoscimento ben evidenti che con il passare del tempo diverranno sempre più marcate. Per tutta la durata del disco le emozioni si susseguono senza sosta, impressionante è ancora una volta la prestazione di Kennedy, davvero a suo agio ad interagire con il resto del gruppo, toccando con la sua splendida voce tonalità impensabili dopo la caduta di “Re Cornell”. Una particolare citazione va fatta per il brano “Blackbird” dalla durata di 8 minuti circa, una canzone malinconica ma allo stesso tempo maledettamente trascinante, dove, oltre al solito grande Tremonti, viene alla luce l’ottimo lavoro svolto dalla sezione ritmica Scott Philips alla batteria e Brian Marshall al basso, sempre precisa e presente come non mai. In definitiva un grande album, che si potrebbe consigliare a chi ha amato tanto le sonorità degli anni 90 e sia ai nostalgici dell’ heavy metal, ma questo è un disco che deve essere ascoltato in quanto di questi lavori, al giorno d’oggi, purtroppo, ne esistono ben pochi.
Antonio Leoncini
Jacopo Aloisi
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